Quando afferriamo una vaschetta di aglio già pelato o tritato al supermercato, siamo convinti di portare a casa un prodotto naturale al 100%. Eppure, dietro quella praticità che ci risparmia lacrime e cattivi odori sulle mani, si nasconde spesso una realtà che pochi consumatori conoscono: l’utilizzo di additivi conservanti che trasformano quello che consideriamo un semplice bulbo in un prodotto processato industrialmente.
La verità sull’aglio pronto all’uso
L’aglio fresco, quello che acquistiamo in testa con la sua caratteristica tunica cartacea, non necessita di alcun trattamento chimico. Si conserva naturalmente per settimane in condizioni adeguate. Ma cosa accade quando lo troviamo già pelato, affettato o tritato? Il processo di lavorazione espone la polpa all’ossidazione, favorendo l’imbrunimento e la proliferazione batterica. Per mantenere quel colore bianco candido e quella consistenza apparentemente fresca, l’industria alimentare ricorre a soluzioni che raramente vengono comunicate con la trasparenza dovuta.
I solfiti: conservanti invisibili sulle nostre tavole
Tra gli additivi più utilizzati troviamo i solfiti, una famiglia di composti chimici impiegati come conservanti e sbiancanti. Questi vengono aggiunti attraverso bagni in soluzioni acide che impediscono l’imbrunimento enzimatico e prolungano artificialmente la durata del prodotto. Il problema? Non sempre la loro presenza viene evidenziata con la dovuta chiarezza sulle confezioni.
La normativa europea prevede l’obbligo di indicare i solfiti quando superano i 10 mg/kg o 10 mg/l, come stabilito dal Regolamento UE n. 1169/2011 sull’etichettatura degli alimenti. I consumatori sensibili, inclusi coloro con asma, possono manifestare reazioni anche a concentrazioni inferiori: i solfiti rappresentano un trigger noto per crisi asmatiche in soggetti sensibili, con studi che confermano un rischio fino al 5-10% nei pazienti asmatici sulfite-sensitive.
L’inganno delle diciture fuorvianti
Passeggiando tra gli scaffali refrigerati, troviamo confezioni che riportano termini rassicuranti: “fresco”, “naturale”, “100% aglio”. Queste espressioni creano un’aspettativa di purezza che non sempre corrisponde alla realtà . Un prodotto può tecnicamente essere “100% aglio” dal punto di vista degli ingredienti principali, ma questo non esclude l’utilizzo di trattamenti chimici per la conservazione, purché dichiarati come additivi con i relativi codici E.
L’etichettatura alimentare prevede l’indicazione degli additivi, ma la dimensione ridotta dei caratteri e la posizione poco visibile di queste informazioni fanno sì che molti consumatori non le notino affatto. Alcuni produttori sfruttano questa lacuna comunicativa, enfatizzando gli aspetti positivi del prodotto sul fronte della confezione mentre relegano le informazioni cruciali sul retro, in caratteri microscopici.
Altri additivi da conoscere
Oltre ai solfiti, l’aglio processato può contenere acido citrico (E330), utilizzato come acidificante per controllare il pH e prevenire lo sviluppo batterico, oppure acido ascorbico (E300), impiegato come antiossidante per ritardare l’imbrunimento. Non mancano i benzoati come il sodio benzoato (E211), conservanti antimicrobici che prolungano la durata del prodotto, e i sorbati come il potassio sorbato (E202), inibitori della crescita di muffe e lieviti.

Questi additivi sono approvati dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) per l’uso in alimenti come aglio minimamente processato, ma la loro presenza contraddice l’immagine di naturalezza che il prodotto vuole trasmettere. Analizzando le etichette reali di aglio tritato refrigerato nei supermercati, è frequente trovare solfiti, acido citrico e ascorbico per prevenire ossidazione e crescita microbica.
Come tutelare la propria salute e le proprie scelte
La consapevolezza rimane l’arma più efficace del consumatore. Prima di acquistare aglio confezionato, occorre verificare attentamente l’elenco degli ingredienti, senza limitarsi alle informazioni in evidenza sulla parte frontale della confezione. Chi cerca un prodotto realmente naturale dovrebbe orientarsi verso l’aglio in testa, accettando il piccolo inconveniente della pelatura manuale in cambio di un alimento autentico.
Alcuni indizi possono aiutare a identificare l’aglio trattato chimicamente. Un colore bianco innaturalmente uniforme e brillante rappresenta il primo campanello d’allarme, seguito dall’assenza totale di germogli verdi anche dopo giorni dall’apertura. Anche la consistenza eccessivamente soda e gommosa, insieme a un aroma attenuato rispetto all’aglio fresco tradizionale, dovrebbero farci riflettere sulla genuinità del prodotto.
Il diritto all’informazione trasparente
Come consumatori, abbiamo il diritto di sapere esattamente cosa stiamo acquistando. Le associazioni di tutela dei consumatori stanno spingendo per etichette più chiare e immediate, che non richiedano una laurea in chimica alimentare per essere decodificate. La trasparenza non dovrebbe essere un optional, ma uno standard non negoziabile, come previsto dal Regolamento UE 1169/2011.
Nel frattempo, spetta a noi esercitare il nostro potere d’acquisto in modo consapevole. Quando troviamo prodotti che millantano naturalezza ma contengono additivi, possiamo segnalare la questione alle autorità competenti o scegliere alternative più genuine. Il mercato risponde sempre alla domanda: se i consumatori richiedono trasparenza, i produttori dovranno adeguarsi.
L’aglio rappresenta solo la punta dell’iceberg di una problematica più ampia che riguarda molti prodotti ortofrutticoli lavorati. Sviluppare un approccio critico verso le confezioni che promettono praticità senza compromessi significa proteggere non solo la nostra salute, ma anche il nostro diritto a scelte alimentari informate e autentiche. La prossima volta che vi trovate davanti allo scaffalo dell’aglio, prendetevi quei trenta secondi in più per leggere l’etichetta: potrebbero fare la differenza tra un acquisto consapevole e l’ennesima illusione di naturalezza.
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