Quando apriamo il banco dei surgelati alla ricerca dei filetti di merluzzo, raramente ci soffermiamo a scrutare con attenzione le indicazioni temporali riportate sulla confezione. Eppure, dietro quelle date si nasconde una realtà che molti consumatori ignorano: non tutti i prodotti congelati mantengono inalterate le proprie caratteristiche nel tempo, e il merluzzo surgelato non fa eccezione.
La differenza cruciale tra scadenza e termine minimo di conservazione
Prima di addentrarci nella questione specifica dei filetti di merluzzo, è fondamentale comprendere una distinzione normativa definita dalla legislazione europea: sui prodotti surgelati compare il termine minimo di conservazione (TMC), indicato dalla dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”, e non la classica “data di scadenza” tipica degli alimenti microbiologicamente molto deperibili.
Questa formulazione non è casuale: secondo il Regolamento europeo 1169/2011, il TMC indica la data fino alla quale il prodotto conserva le sue proprietà specifiche in condizioni di conservazione adeguate. Il prodotto può essere consumato anche oltre tale data, purché l’imballaggio sia integro e sia stato correttamente conservato, con possibili perdite di qualità sensoriale e, in alcuni casi, nutrizionale.
Nel caso dei filetti di merluzzo surgelati, questo aspetto assume una rilevanza particolare. Il pesce è un alimento ricco di acidi grassi polinsaturi omega-3 a lunga catena (EPA e DHA), che rappresentano uno dei principali valori nutrizionali del pesce. Questi acidi grassi polinsaturi sono sensibili all’ossidazione lipidica, un processo che può avvenire anche durante la conservazione congelata, sebbene fortemente rallentato dalle basse temperature.
Quando il surgelato perde la sua promessa di freschezza
Molti consumatori acquistano filetti di merluzzo congelati convinti di portare a casa un prodotto “fresco”, fissato nel suo momento ottimale. La surgelazione industriale avviene rapidamente e a temperature molto basse, spesso con tecniche di congelamento rapido (IQF), che limitano la formazione di grossi cristalli di ghiaccio e aiutano a preservare la struttura cellulare del pesce.
La surgelazione però non blocca completamente le reazioni chimiche e fisiche: il tempo di conservazione incide sulla qualità. Studi su filetti di pesce congelati mostrano che, con il passare dei mesi, si osservano progressivi cambiamenti di ossidazione dei lipidi, perdita di tenerezza e variazioni di colore e sapore, anche se il prodotto rimane microbiologicamente sicuro se mantenuto alla temperatura corretta.
I filetti che troviamo sugli scaffali possono riportare termini minimi di conservazione fino a circa 18-24 mesi dalla data di produzione, in linea con quanto previsto dall’industria per il pesce surgelato conservato a -18°C o meno. Questo significa che si può acquistare legittimamente un prodotto confezionato anche molti mesi prima, con conseguenze soprattutto sulla qualità sensoriale e, in parte, nutrizionale.
Le trasformazioni invisibili del merluzzo surgelato
Durante i mesi di permanenza nel freezer, anche a temperature adeguate, nel merluzzo avvengono processi di degradazione lenti ma documentati. L’ossidazione lipidica degli acidi grassi polinsaturi omega-3 presenti nel pesce procede progressivamente durante la conservazione congelata, con formazione di perossidi e composti secondari che riducono il valore nutrizionale e determinano irrancidimento e odori sgradevoli.
Il congelamento prolungato può causare denaturazione delle proteine miofibrillari e perdita di capacità di ritenzione idrica, con conseguente consistenza più asciutta, fibrosa e meno tenera dopo la cottura. La sublimazione dell’acqua dalla superficie del prodotto porta alla cosiddetta “bruciatura da freddo”, con aree secche, scolorite e di qualità inferiore.
La conservazione congelata prolungata causa anche una graduale perdita e trasformazione dei composti volatili responsabili dell’odore di pesce fresco, con comparsa di note piatte o ossidate che compromettono l’esperienza sensoriale complessiva.

Come difendersi al momento dell’acquisto
La tutela del consumatore parte dalla consapevolezza e da gesti concreti al momento della spesa. Controllare sempre il termine minimo di conservazione è una scelta fondata: un TMC più lontano nel tempo, a parità di catena del freddo, implica in genere una produzione più recente. Numerosi studi mostrano che la qualità sensoriale e alcuni parametri nutrizionali del pesce surgelato peggiorano progressivamente con la durata di conservazione.
La differenza tra un merluzzo surgelato da pochi mesi e uno conservato per oltre un anno può essere marcata in termini di sapore, odore e consistenza, pur restando il prodotto sicuro se la temperatura è stata corretta. Verificare la temperatura effettiva del banco freezer diventa quindi essenziale: per i prodotti della pesca congelati, la normativa europea richiede di mantenere una temperatura di -18°C o inferiore.
Confezioni eccessivamente ricoperte di brina, con cristalli di ghiaccio grossi e irregolari all’interno o segni di parziale scongelamento sono indicatori di possibili interruzioni della catena del freddo, associate a peggioramento della qualità sensoriale e strutturale del pesce.
Le indicazioni che fanno la differenza
Oltre al termine minimo di conservazione, altre informazioni in etichetta meritano attenzione. La zona FAO di cattura, obbligatoria per i prodotti della pesca secondo la normativa europea, può influenzare le caratteristiche organolettiche e la composizione in acidi grassi del merluzzo. Esemplari provenienti da mari più freddi tendono ad avere profili lipidici leggermente diversi, con variazioni che dipendono dalla temperatura delle acque e dall’alimentazione naturale del pesce.
Il metodo di pesca, anch’esso obbligatorio in etichetta per i prodotti della pesca non trasformati, può influenzare sia la sostenibilità sia alcuni aspetti qualitativi. Metodi più selettivi e meno traumatici possono ridurre i danni meccanici e migliorare la qualità del prodotto al consumo, poiché tecniche aggressive stressano il pesce prima della lavorazione.
La percentuale di glassatura, ovvero lo strato di ghiaccio che riveste i filetti per proteggerli dalla disidratazione, deve essere dichiarata o comunque non inclusa nel peso netto indicato in etichetta. Sebbene tecnicamente utile a ridurre la bruciatura da freddo e a preservare la qualità sensoriale, percentuali elevate riducono la quantità reale di pesce per unità di prezzo.
Il paradosso della conservazione prolungata
Molti consumatori acquistano i surgelati proprio per la loro lunga durata, finendo per conservarli a lungo anche nel freezer domestico. In questo modo si somma il periodo di stoccaggio industriale e distribuzione a quello domestico, con il risultato che il prodotto, al momento del consumo, può avere trascorso complessivamente ben oltre un anno in stato di congelamento.
Gli studi sulla conservazione domestica indicano che i freezer casalinghi spesso non mantengono in modo costante -18°C, ma presentano fluttuazioni di temperatura dovute ad aperture frequenti e carico variabile, con effetto accelerante sui processi di ossidazione lipidica e sui danni strutturali da congelamento.
Una strategia supportata dalle evidenze consiste nell’acquistare quantità moderate di filetti di merluzzo surgelati, scegliere prodotti con TMC il più lontano possibile e consumarli preferibilmente entro pochi mesi dall’acquisto, in modo da limitare le perdite di qualità sensoriale e di stabilità degli omega-3.
Prestare attenzione alle date sulle confezioni di merluzzo surgelato rappresenta un gesto di tutela consapevole. La qualità del pesce che portiamo in tavola dipende anche dalla nostra capacità di leggere e interpretare correttamente le informazioni in etichetta. Il freddo, pur essendo uno strumento molto efficace di conservazione, non arresta completamente le trasformazioni chimico-fisiche degli alimenti. Un controllo rapido di date, aspetto del prodotto e condizioni del banco surgelati può tradursi in un reale beneficio per il palato e per la qualità nutrizionale del pasto.
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